Il leninista Gramsci

Antonio Gramsci Lenin

Il pensiero di Antonio Gramsci (1891-1937) è stato a lungo al centro di numerosi dibattiti nel corso del novecento, la sua eredità intellettuale è stata spesso contesa per fini politici non sempre nobili, tuttavia le questioni portanti delle sue tesi, più volte reinterpretate alla luce di nuovi contesti storici, rimangono inequivocabilmente legate alla dottrina leninista.
L'attenzione internazionale sull'operato di Gramsci arrivò quando Lenin, nel corso del II° Congresso dell'Internazionale Comunista (1920), espresse pubblicamente il suo apprezzamento verso il movimento socialista italiano e l'"Ordine nuovo" con queste parole: "Per ciò che riguarda il Partito socialista italiano, il II Congresso della III Internazionale trova fondamentalmente giuste la critica di questo partito e le proposte pratiche, che sono state pubblicate, come indirizzo della sezione torinese al Consiglio del partito socialista italiano, nel giornale l’”Ordine Nuovo” dell’8 maggio 1920 e che corrispondono integralmente a tutti i principi fondamentali della III Internazionale. Per queste ragioni il II Congresso della III Internazionale prega il Partito socialista italiano di convocare al più presto un congresso straordinario per esaminare queste proposte e tutte le decisioni dei due congressi dell’Internazionale comunista, particolarmente in merito al gruppo parlamentare e agli elementi non comunisti del Partito".
Lenin si riferiva ad una relazione che i quattro redattori dell'"Ordine nuovo" (Gramsci, Togliatti, Tasca e Terracini) avevano preparato per il Consiglio nazionale di Milano del 1920, dal titolo Per un rinnovamento del partito socialista italiano. Questo rapporto, che rappresentava un vero e proprio atto d'accusa nei confronti dei vertici del partito socialista, non venne preso in grande considerazione dagli esponenti del Psi. Nei vari punti del documento vennero analizzati gli scontri sociali in atto e le conseguenza che avrebbero inasprito le lotte di classe in Italia.
Gramsci intuì che lo scontro tra i vari schieramenti avrebbe causato o la conquista del potere da parte del proletariato, e quindi il passaggio a nuovi metodi di produzione, o la sottomissione del proletariato stesso. In particolare venne profetizzato il tentativo, poi rivelatosi esatto, della borghesia di stroncare i partiti della classe operaia e di incorporare i sindacati e le cooperative nel sistema dello stato borghese.
Per questo motivo il partito socialista veniva accusato di non affrontare i compiti urgenti che quella nuova fase storica imponeva. L’intenso studio delle opere di Lenin permise a Gramsci di mettere in luce le colpe fondamentali del Psi, ossia “il nullismo opportunista e riformista e la fraseologia pseudorivoluzionaria anarchica (due aspetti della tendenza piccolo-borghese )” ma anche la necessità, per il gruppo ordinovista, di lottare per un cambiamento di linea politica del Psi.
La scelta di spingere i vertici del patito a creare in Italia dei Consigli di fabbrica, su modello di quelli delle fabbriche torinesi, per imporre il controllo operaio sulla produzione industriale e agricola, apparve come la scelta più opportuna.
Nel maggio 1920 Gramsci pubblicò l’articolo Programma d’azione della sezione socialista torinese, dove vennero stabilite sia l’intenzione di favorire un alleanza tra proletariato industriale e agricolo, da realizzarsi con la creazione dei Consigli operai e contadini sul modello dei Soviet russi, sia quella di sostenere l’unione della classe operaia con più strati sociali, al fine di “organizzare tutto il popolo lavoratore nelle sedi di lavoro e di produzione, a legare più intimamente le più larghe masse“. Gramsci fece proprie le tesi leniniste sulla lotta alle deviazioni opportunistiche del Psi e compì i primi passi verso la costituzione di un partito comunista in Italia. Di lì a poco anche Lenin, durante il II° Congresso dell'Internazionale (luglio 1920), consigliò a Serrati di "fare la scissione da Turati e dai riformisti e poi fare un’alleanza col partito di Turati". Ma Serrati preferì appoggiare l'esiguo gruppo dei riformisti (i quali erano sempre convinti che "la rivoluzione operaia russa sia stata un errore, sia stata addirittura un esperimento in corpore vili fatto da un pugno d’avventurieri incapaci e impreparati"), e isolare la frazione comunista.
Lo sciopero degli operai dell’industria di Torino di marzo-aprile 1920 (sciopero delle lancette) per il riconoscimento dei consigli di fabbrica aprì una vivace polemica tra la direzione socialista e il gruppo dell’Ordine nuovo, le cui posizioni politiche ricevettero anche l’approvazione di Lenin. Gramsci si avvicinò alla frazione astensionista del Psi guidata da Bordiga, che prospettava la costruzione di un nuovo soggetto politico.
Antonio Gramsci scagliò l'accusa ai riformisti italiani di essere i portavoce dell'aristocrazia imperialista sviluppatasi sulla base dei profitti derivati dallo sfruttamento delle colonie. La scissione con il Psi si consumò a Livorno nel 1921. Il partito comunista della classe operaia italiana nacque secondo le direttive dell'Internazionale Comunista. Nei primi anni l'attività del nuovo partito fu condizionata dalla direzione di Bordiga, che acquisì una posizione di preminenza all'interno dello stesso. Gramsci divenne membro del Comitato centrale. Nel IV Congresso dell'Internazionale (1922) venne ribadito che "compito fondamentale della tattica del fronte unito è l’unificazione sul terreno dell’agitazione e dell’organizzazione delle masse operaie", ma Serrati e Bordiga, nonostante l'avanzata del fascismo, si schierarono contro questa risoluzione.
Gramsci si convinse ancor di più della incompatibilità tra la posizione riformista, che auspicava una evoluzione spontanea verso il socialismo, e quella marxista-leninista che ambiva ad una repentina conquista del potere da parte della classe operaia. Egli affermò: "Ora i socialisti, posti ancora di fronte alla storia, hanno confermato la loro incapacità ad organizzare la classe operaia in classe dominante…Essi mostrano di avere orrore della guerra civile, come se al socialismo si possa arrivare senza la guerra civile. Essi credono ancora di potersi opporre alla classe borghese, che organizza e scatena dappertutto la sua violenza, con la protesta in Parlamento e l’ordine del giorno di deplorazione della barbarie fascista".
Nei giorni che precedettero il XVII Congresso del Partito socialista italiano Gramsci si interrogò se la classe operaia italiana avesse raggiunto una maturità tale da esprimere dalle sue file un partito autonomo di classe e menzionò il sacrificio di Carlo Liebknecht (socialdemocratico tedesco, esponente dell’ala sinistra, assassinato il 15 gennaio 1919), la cui morte pose fine alla "prima grande affermazione dei comunisti dell’Europa centrale e occidentale". Nel rievocare la sua figura, Gramsci ricordò come "la sua sorte fu segnata da coloro che erano venuti meno alla fede, che erano passati nelle file avversarie o rimasti tra le file dei combattenti per seminarvi dubbio, incertezza, scetticismo. L’insurrezione berlinese del gennaio 1919 fallì perché trovò contro di sé, organizzate dai socialdemocratici, le forze della reazione; dopo di essa, il proletariato tedesco fino a ieri è stato impedito di risorgere valido e potente dagli stessi che un giorno erano parsi guide dell’azione e poi si rivelarono traditori nascosti sotto le spoglie o del teorico, o del funzionario, o del parlamentare".
Nel 1922, al fine di bloccare l’ascesa fascista, il Pcd'i decise di partecipare alla formazione di un governo parlamentare in coalizione con i socialisti di Serrati e con i riformisti, così com’era stato indicato nelle risoluzioni del III° Congresso dell’Internazionale Comunista. Sull'esperienza delle rivoluzioni fallite in Germania ed in Ungheria, Gramsci affermò: "E’ noto infatti che il compagno Lenin cercò di opporsi strenuamente alla fusione tra comunisti e socialdemocratici ungheresi, nonostante che questi ultimi si dichiarassero fautori della dittatura del proletariato. Si può dire perciò che il compagno Lenin fosse in generale contrario alle fusioni? Certamente no. Il problema era visto dal compagno Lenin e dall’Internazionale come un processo dialettico, attraverso il quale l’elemento comunista, cioè la parte più avanzata e cosciente del proletariato, si pone, sia nella organizzazione del partito della classe operaia, sia nella funzione della direzione delle grandi masse, alla testa di tutto ciò che di onesto e di attivo si è formato ed esiste nella classe. In Ungheria è stato un errore distruggere l’organizzazione indipendente comunista nel momento della presa del potere, per dissolvere e diluire il raggruppamento costituito nella più vasta ed amorfa organizzazione socialdemocratica che non poteva non riprendere predominio. Anche per l’Ungheria il compagno Lenin aveva formulato la linea del nostro vecchio partito come un’alleanza con la socialdemocrazia, non come una fusione".
Il Pcd'I affrontò un difficile momento storico, nel quale venne colpito ripetutamente dalle violenze fasciste e, internamente, dall'estremismo di Bordiga, oltre che dal difficile ricongiungimento con i riformisti. Inevitabilmente vennero commessi degli errori che spianarono la strada al fascismo. Nel secondo congresso del Pcd’I di Roma, nel marzo 1922, Gramsci sostenne le posizioni della maggioranza bordighiana in dissenso con la politica del "fronte unico" con il Psi proposto dall’Internazionale. A maggio di quell'anno partì per Mosca, delegato del partito nell’esecutivo dell’Internazionale e nel giugno partecipò alla conferenza dell’esecutivo allargato. In Russia Gramsci approfondì le sue conoscenze del leninismo e osservò gli sviluppi della dittatura del proletariato, ciò gli consentì di misurare diversamente i problemi dei comunisti italiani e collocarli in una visione di più ampio respiro.
L’esecutivo allargato dell’Internazionale nel giugno 1923 discusse la situazione italiana e stabilì d’autorità la formazione di un comitato esecutivo del Pcd’I maggiormente rispondente alla propria politica. Gramsci, in dissenso con le posizioni di Bordiga e favorevole a quelle dell’Internazionale (che sostenne la parola d’ordine del "governo operaio e contadino"), si fece carico della svolta.
Nel suo scritto Cinque anni di vita del partito del 24 febbraio 1926 Gramsci affermò: "Il fatto della scissione fu visto nel suo valore immediato e meccanico e noi commettemmo, in altro senso sia pure, lo stesso errore che era stato commesso da Serrati... Dovevamo cioè, come era indispensabile e storicamente necessario, separarci non solo dal riformismo, ma anche dal massimalismo che in realtà rappresentava e rappresenta l’opportunismo tipico italiano nel movimento operaio; ma dopo di ciò e pur continuando la lotta ideologica e organizzativa contro di essi, cercare di fare un’alleanza contro la reazione". Gli scritti di Gramsci contro l'estremismo di Bordiga rivelarono numerose analogie con il saggio L’estremismo, malattia infantile del comunismo di Lenin, nel quale veniva approfondita la storia della deviazione di “sinistra” del partito bolscevico dal 1903 in poi. L'opera del capo bolscevico, pubblicata in Russia nel 1920, non fu mai letta da Gramsci.
Il Partito Comunista d'Italia non recepì la tattica suggerita da Lenin del "separati da Turati e alleati con Turati" che racchiudeva da una parte l'invito a costruire un partito di tipo nuovo, capace di elevare la coscienza rivoluzionaria del proletariato, dall'altra l'essere aperti a stabilire accordi e alleanze strategiche per facilitare l'azione e l'adesione al partito stesso.
Le sconfitte delle rivoluzioni nei paesi europei negli anni tra il 1918 e il 1922 furono causate proprio dal non aver seguito la tattica leninista e dall'aver invece preferito la formazione di partiti comunisti teorici, distaccati dalle masse, o partiti subordinati alle varie socialdemocrazie. Allo sforzo dei bolscevichi di unificare le lotte del proletariato europeo si contrappose la politica di divisione delle potenze imperialiste le quali, servendosi dei partiti socialisti della II° Internazionale, riuscirono ad aggregare la classe operaia alle rispettive borghesie nazionali.