Lenin visto da Gobetti

Piero Gobetti Lenin

Piero Gobetti nacque a Torino il 19 giugno 1901. Tra il 1918 (anno in cui diede vita alla sua prima rivista, Energie Nove) ed il 1926 compì un cammino che per vigore spirituale e ricchezza intellettuale tale da collocarlo a fianco dei grandi esponenti della sinistra liberale e progressista.
Avvicinatosi alle posizioni politiche di Antonio Gramsci, Gobetti si unì al proletariato torinese sulla scia della rivoluzione da poco avvenuta in Russia, divenendo un attivo antifascista.
Tra le prime opere di Gobetti, lasciate in parte incompiute, significativo è il Paradosso dello spirito russo, nel quale intraprese l'analisi della Rivoluzione d'ottobre, ricostruita con appunti e note ma che manca della parte riguardante il leninismo forse determinata dalla prematura scomparsa dell'autore che non consentì alle tesi gobettiane di stabilire una relazione ordinata con lo spirito rivoluzionario bolscevico. Nonostante ciò, in alcuni frammenti dell'opera possiamo scorgere i suoi giudizi: “Il popolo russo che viene considerato da tutti gli intellettuali come un popolo profondamente religioso, non ha avuto una religione; i poli opposti della sua religione sono: un meccanismo di riti e di formule, socialmente infecondo, e una religiosità morbosa che nasconde nel misticismo un individualismo torbido e violentato”. L'individualismo, riconosciuto nel misticismo russo, si contrappose all’idea abituale di quel popolo arretrato, ma da questo confronto non ne derivarono conclusioni dirette.
In seguito Gobetti scrisse: "L’opera di Lenin e di Trotzky[…] in fondo è la negazione del socialismo, un’affermazione e un’esaltazione del liberalismo”. La nascita del bolscevismo e i fermenti dell'apologia liberale che Gobetti riscontra in essa, vennero spiegati come reazione al misticismo individualistico russo. Con l'idea che “La Russia si eleva al livello della civiltà dei popoli occidentali; e questi non riescono più a comprenderla“ Gobetti intravide un aspetto ulteriore che tuttavia non riuscì ad unificare in una vvisione complessiva.
“Tra noi quanti si professano liberali attingono criteri di valutazione ed elementi di giudizio degli scrittori russi dell’Intelligenza (populisti, socialisti, rivoluzionari), negati a ogni visione della concretezza sociale, sognatori e non pratici, illusi agitatori sentimentali,progettisti (mi si conceda il barbaro termine), non politici. La mentalità dell’Intelligenza corrisponde in fatto di astrattezza all’Illuminismo settecentesco. Avviene, seguendo codesti mistici intellettuali, di essere tratti a combattere il bolscevismo perché esso non è abbastanza socialista“.
Nel 1920 Gobetti sottolineò l'inquietudine provocata dall'esperienza della Rivoluzione russa e dallo sviluppo del movimento operaio, molto attivo a Torino: "Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un mondo nuovo [...] il mio posto sarebbe necessariamente dalla parte che ha più religiosità e volontà di sacrificio. La rivoluzione si pone oggi in tutto il suo carattere religioso [...] Si tratta di un vero e proprio grande tentativo di realizzare non il collettivismo ma una organizzazione del lavoro in cui gli operai o almeno i migliori di essi siano quel che sono oggi gli industriali".
Si trattava, a suo avviso, di una rivoluzione che se non avesse rinnovato gli uomini e la nazione, avrebbe dovuto rinnovare almeno lo Stato, creando una nuova classe dirigente: "si può rinnovare lo Stato solo se la nazione ha in sé certe energie (come ora appunto accade) che improvvisamente da oscure si fanno chiare e acquistano possibilità e volontà di espansione". Questa presa di posizione portò Gobetti a confrontarsi con l'azione politica di Gaetano Salvemini al quale rimproverò di intendere l'azione politica soltanto come "una questione di morale e di educazione[...] il suo moralismo solenne, mentre costituisce il suo più intimo fascino, appare il segreto delle sue debolezze [...] La sua concezione razionalista si risolve in un'azione di illuminismo e di propagandismo, che può riuscire utile a una società di cultura, non a un partito".
L'esame della situazione russa proseguì nell'opera La Russia dei Soviet, ove la volontà di comprendere funzioni e limiti di due esperienze rivoluzionarie lo portò ad identificare il problema della formazione della classe politica alla guida di un Paese e dei suoi rapporti con la popolazione. Da ciò concluse che il Risorgimento non poteva essere considerato un'esperienza rivoluzionaria, dal momento che gli esponenti politici rimasero estranei al popolo, diversamente dalla rivoluzione sovietica che, a suo avviso, aveva espresso dirigenti (come Lenin e Trotsky) che si dimostravano "uomini d'azioni che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un'anima".
La creazione dal basso di un nuovo Stato, del quale il popolo abbia la facoltà di sentirsi fautore, "è essenzialmente un'affermazione di liberalismo". Valutata l'opera di Lenin e Trotzky, che in Russia riuscirono a sfruttare appieno le potenzialità delle masse, Gobetti attribuì a qualsiasi compromesso di genere moderato di essere la rinuncia nei confronti della vecchia politica giolittiana, quella praticata in uno stato fascista "seminario di mascalzoni" e "covo di ladrerie".
La sua interpretazione della politica di Lenin fu quella della rivoluzione liberale, in quanto azione e movimento. Egli apprezzò l'elite dei bolscevichi e dichiarò la sua ammirazione per Lenin sebbene non mancò di riconoscere il suo carattere "accentratore, autoritario, monopolistico della rivoluzione russa".
Gobetti considerò partecipi del liberalismo rivoluzionario sia la borghesia capitalistica in grado di dirigere e sviluppare il processo produttivo moderno, sia i consigli di fabbrica di Gramsci tesi a rendere protagonista la classe operaia e persino il comunismo russo. Egli giunse al paradosso di giudicare Lenin come artefice dell'emancipazione dall' economicismo materialistico di Marx e guida di uno Stato che portava la ribalta delle masse oppresse. Lenin e Trotzski, gli intellettuali che con la loro opera risvegliavano le coscienze, vennero giudicati "uomini d'azione che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un'anima".
La Rivoluzione Russa fu, per Gobetti, era una contraddizione del liberalismo e la sua peculiarità consisteva nel fatto che essa si proclamava socialista mentre era di fatto liberale perchè determinata da un risvegliato anelito di libertà e non certo dalle teorie marxiste, le cui premesse non esistevano nella Russia dello Zar.
La formula "tutto il potere ai Soviet" era stata condivisa "solo perchè ha significato essenzialmente in questa prima fase la ripartizione delle terre ai contadini, cioè l'opposto del contenuto rivoluzionario del socialismo". Gobetti sottolineò l'importanza del Soviet per il "suo carattere di organizzazione che procede dal basso [...]capace di offrire una forma di coesistenza e di collaborazione di tutti gli elementi produttivi, [...], l'unico rimedio contro i monopoli industriali e contro i rapaci sindacati operai istituiti burocraticamente". Essi, tuttavia, costituivano delle figura provvisorie dell'assetto del potere politico poiché "il decorso dialettico della politica dal basso originerà le vere istituzioni". I soviet, affermò, "dovranno necessariamente lasciare il posto ad altre istituzioni più adatte alla manifestazione della volontà popolare".
Gobetti rimase fino alla morte (1926) convinto della natura specifica della Rivoluzione d'Ottobre e perciò stimò come irragionevole il voler importare in Italia quella esperienza.