










Il Grande Ottobre

Nei mesi che precedettero la rivoluzione d'ottobre, i bolscevichi furono trascinati al potere da un'ondata incontrollabile di anarchia. Le masse diedero il loro appoggio a Lenin in un momento di grande destabilizzazione dello stato. Esse potevano essere eccitate con facilità da slogan e promesse ma le reazioni scatenate delle stesse divenivano spesso incontrollabili.
Ciò si verificò nel luglio 1917. La guarnigione di Pietrogrado aveva ricevuto l'ordine di recarsi al fronte per sostenere l'offensiva bellica ma i soldati videro in questa imposizione il tentativo di allontanarli dalla capitale per tentare una controrivoluzione.
Trotzkij e Lunacarskij furono i primi a sostenere le ragioni della guarnigione e incitarono ad organizzare cortei pubblici sotto lo slogan "Tutto il potere ai soviet!". Altri reparti militari si congiunsero alla manifestazione e la folla si riunì davanti al palazzo di Tauride. Ai dimostranti si unirono migliaia di lavoratori delle officine Putilov.
Il comitato centrale bolscevico decise di aderire alla dimostrazione e lo stesso Lenin fece ritorno il 4 luglio nella capitale russa. Nel tentativo di far convergere a Pietrogrado gli elementi filo-bolscevichi più sicuri, vennero fatti affluire nella città anche i marinai di Kronstadt. Ma l'arrivo dei marinai non rappresentò un miglioramento significativo nella determinazione di un'insurrezione che avrebbe potuto causare un colpo di stato.
I soldati marciarono fino al palazzo della Ksesinskaja, dal cui balcone pronunciarono brevi discorsi Lunacarskij, Sverdlov, e lo stesso Lenin. Il labile tentativo di catturare Kerenskij fallì: il ministro era partito per riportare alcuni reggimenti a difesa della capitale.
La notizia della decisione di far affluire reparti militari dal fronte provocò il panico tra i bolscevichi. Si registrarono scontri con i cosacchi. La folla si era riunita davanti agli edifici che ospitavano il Soviet di Pietrogrado e il Comitato esecutivo panrusso dei soviet. A quel punto i dirigenti bolscevichi si resero conto che l'insurrezione non si sarebbe potuta evolvere in un successo. Anche se la folla fosse stata guidata contro i pochi rappresentanti del governo provvisorio presenti, nulla avrebbe salvato gli insorti dai reparti del fronte.
Si susseguirono discorsi ed incidenti, finché i dimostranti rinunciarono ad assediare il palazzo di Tauride. Nella notte alcuni reggimenti inviarono i loro distaccamenti a guardia del Soviet.
Non essendo riusciti a conquistare il potere, i bolscevichi si dispersero sotto l'accusa di tradimento. Il loro quartier generale venne occupato e la tipografia data alle fiamme. La guarnigione di Kronstadt, minacciata di blocco, consegnò gli istigatori dell'insurrezione.
Per sfuggire agli interrogatori, il mattino del 5 luglio, Lenin abbandonò il suo appartamento e trovò rifugio clandestino in casa di S. Aliluev, bolscevico del Caucaso. Due giorni dopo fu emanato l'ordine di cattura per Lenin e i suoi collaboratori. L'11 luglio Vladimir Ilich e Zinov'ev, sotto false sembianze, si recarono ad una stazione ferroviaria suburbana, dalla quale partirono alla volta di Razliv, un piccolo centro a venti miglia dalla capitale, dove rimasero nascosti fino al 8 agosto.
I gruppi socialdemocratici al potere, sebbene condannassero le azioni sostenute dai bolscevichi, non ritennero opportuno accanirsi contro un piccolo partito come quello di Lenin. Gli esponenti della sinistra, e soprattutto Martov, ribadirono che i tumulti erano stati un segnale dell'effettivo malcontento del proletariato e che i bolscevichi ne erano stati soltanto i portavoce. Solo in questo modo gli istigatori delle ribellioni potevano essere isolati.
I socialdemocratici russi non appoggiarono l'accusa che i bolscevichi ricevessero aiuti finanziari dai tedeschi nel timore che ciò si sarebbe potuto riflettere negativamente su tutto il movimento rivoluzionario. Pertanto non si attuarono eccessivi sforzi per scoprire il nascondiglio di Lenin la cui cattura avrebbe messo in imbarazzo le autorità.
Vennero invece arrestati Lunacarskij, Kamenev, la Kollontaj e Trotzkij, ma la commissione incaricata di svolgere le indagini sulla fondatezza delle accuse non arrivò mai ad una conclusione.
Il Soviet di Pietrogrado ed il governo provvisorio ripresero la loro difficile coesistenza, determinata dai dissensi sui rispettivi poteri, che determinò la mancanza delle tante auspicate riforme istituzionali. Kerenskij, divenuto primo ministro, dovette affrontare la difficile situazione creatasi dopo il drammatico fallimento dell'offensiva dell'esercito russo sul fronte occidentale.
All'interno del partito bolscevico si aprì un dibattito sulla opportunità della fuga di Lenin e Zinov'ev. Alcuni membri del partito erano dell'opinione che i due leader avrebbero dovuto costituirsi per confutare pubblicamente le accuse. Questa posizione venne proposta al congresso tenutosi alla fine di luglio 1917, ma l'attenzione dello stesso venne rivolta verso altri più importanti problemi.
La linea del partito cambiò abbandonando lo slogan del "Tutto il potere ai soviet" ed adottando quello del "Tutto il potere al proletariato rivoluzionario" , dichiarando così l'intento di fronteggiare la dittatura della borghesia controrivoluzionaria e annunciando il perseguimento del potere non più per via pacifica.
Le scelte del partito portarono lo stesso a realizzare l'aumento dei propri membri di cinquantamila unità.
Il sesto congresso vide lo svolgimento dei suoi lavori caratterizzato da concretezza ed organizzazione, elementi assai rari negli altri partiti russi dell'epoca. Lenin seguì lo svolgimento dello stesso fin nei minimi particolari dal suo nascondiglio di Razliv, in casa del bolscevico N. Emel'janov, dove quotidianamente riceveva notizie dai suoi portavoce.
Lenin e Zinov'ev risultavano essere ufficialmente due braccianti finlandesi ingaggiati da N. Emel'janov. Essi alloggiarono inizialmente in un fienile accanto ad una stalla e successivamente in una tenda sull'altra sponda di un laghetto. In quel ambiente rurale Vladimir Ilich portò a termine la stesura dell'opera "Stato e rivoluzione".
Alla fine di luglio 1917 la confusione andava crescendo. Da una parte i disordini spinsero i contadini all'occupazione delle terre e gli operai a quelle delle fabbriche, dall'altra parte l'esercito, ridotto in condizioni miserabili, dovette fare i conti con l'indisciplina dilagante e le diserzioni. Il governo, diviso al suo interno sul da farsi, non fu in grado di attuare una politica idonea a fronteggiare gli avvenimenti in corso.
I bolscevichi seppero interpretare questi disagi della popolazione e proposero delle soluzioni. Al fronte diffusero l'idea della "fraternizzazione con il nemico" in quanto vittima della stessa politica capitalista e guerrafondaia, in patria quella dell' "iniziativa rivoluzionaria" contro la borghesia. Intanto si andava rafforzando in molte parti dell'ex impero russo (sopratutto Ucraina e Finlandia) la tendenza all'autonomia nazionale e all'effettiva indipendenza dalle autorità centrali.
Dall'agosto 1917 Lenin cominciò a convincere i suoi seguaci sulla necessità di una azione armata risolutrice. La politica leninista di preparazione paziente delle masse alla rivoluzione cedette il posto all'azione.
Molti militanti bolscevichi, fedeli al loro carattere marxista, ritenevano impensabile che il potere potesse essere conquistato ed esercitato da un gruppo di uomini: si sarebbe trattato di "bonapartismo" o "blanquismo". Tutti i credenti nel socialismo avevano auspicato fino allora che il potere politico dovesse essere esercitato da una classe o da un'alleanza di classi.
Dopo gli avvenimenti della fine di agosto 1917 le probabilità di una insurrezione vittoriosa per i bolscevichi risultarono notevolmente accresciute. Il generale Lavr Kornilov era stato nominato capo dell'esercito nella speranza che la sua figura avrebbe permesso di contrastare la minaccia bolscevica ed attenuare l'influenza che i soviet esercitavano sulle decisioni politiche. Ma il nuovo comandante, dopo la debolezza dimostrata dal governo in seguito alle disastrose sconfitte dell'esercito, si convinse che soltanto una dittatura militare avrebbe potuto salvare la Russia.
Kerenskij ordinò al generale di spostare su Pietrogrado un corpo d'armata per proteggere la città da eventuali sollevazioni. Kornilov colse l'occasione per tentare di soppiantare Kerenskij, il quale resosi conto delle sue intenzioni gli intimò di dimettersi.
Il generale rifiutò ed il capo del governo denunciò pubblicamente l'insubordinazione, sollecitando il soviet ed i cittadini di Pietrogrado a respingere l'attacco dei militari. I socialisti dichiararono alla nazione che Kornilov avrebbe marciato sulla capitale nel tentativo di restaurare lo zarismo. Dal suo nascondiglio Lenin scrisse al suo comitato centrale che i bolscevichi dovevano combattere il generale ma senza appoggiare Kerenskij, intuendo l'irrimediabile discredito che il governo ne avrebbe ottenuto.
Tutte le "forze democratiche" della nazione furono autorizzate dal governo ad armarsi per difendere Pietrogrado, anche gli esponenti politici che si trovavano in carcere vennero liberati. Ciò permise ai bolscevichi di beneficiare di questa situazione e di organizzare le loro "guardie rosse".
I reparti che si stavano dirigendo verso la capitale vennero dispersi e gli ufficiali messi agli arresti. Il governo provvisorio, tuttavia, perse quel poco di credito di cui ancora godeva nell'esercito.
In settembre prevalse per la prima volta in seno al Soviet di Pietrogrado una maggioranza bolscevica e Trotzkij ne divenne il presidente. Pochi giorni dopo anche a Mosca ed in altri grandi centri si ebbe la stessa evoluzione.
In quella situazione diventava plausibile immaginare che l'imminente congresso dei soviet potesse liquidare il comitato esecutivo centrale eletto in giugno da una maggioranza menscevica e socialista-rivoluzionaria e sostituirlo con il partito bolscevico quale rappresentante del proletariato russo. Ma Lenin riteneva necessario un'atto di forza, per prendere le distanze definitivamente dagli altri partiti che si erano dimostrati incapaci di attuare le benché minime decisioni.
La partecipazione dei bolscevichi alla Conferenza democratica organizzata dal governo provvisorio e la propensione ad aderire al Consiglio della repubblica, mandarono su tutte le furie Lenin, il quale si trovò isolato dai suoi vecchi compagni Kamenev e Zinov'ev.
Solo Trotzkij in quel momento si schierò incondizionatamente al suo fianco. Divenuto bolscevico da poche settimane, egli raccolse tutte le simpatie di Lenin, alla fermezza del quale affiancò la sua abilità tattica e la sua appassionata eloquenza.
Tra il 21 e il 22 agosto Lenin passò la frontiera finlandese, camuffato da fuochista, per rifugiarsi in un posto più sicuro. L'essersi dovuto allontanare dalla scena politica principale mentre il suo partito seguiva una linea di condotta così incerta, accrebbe la sua insofferenza.
I socialisti finlandesi erano in gran parte filo-bolscevichi ed occupavano importanti posizioni nel governo locale. Essi protessero i diversi nascondigli utilizzati da Lenin nelle campagne e, alla fine, gli offrirono un rifugio clandestino ad Helsinki, in casa di un capo della polizia cittadina, simpatizzante bolscevico.
Il 17 settembre Lenin si trasferì a Vyborg. Egli continuò a sferzare i suoi seguaci cercando di spingerli all'azione e provocandoli, come con l'articolo Riusciranno i bolscevichi a conservare il potere?. Le sollecitazioni di Lenin furono appoggiate da Trotzkij all'interno della maggioranza del soviet di Pietrogrado. In ottobre questo soviet fondò il Comitato militare rivoluzionario con lo scopo di difendere la capitale russa nell'eventualità che potesse essere consegnata ai tedeschi dal governo, il quale si sarebbe trasferito nella più sicura Mosca. Il comitato però divenne l'arma formalmente necessaria alla rivoluzione.
Essendosi i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rifiutati di partecipare ai suoi lavori, il Comitato fu preso in mano dai bolscevichi e Trotzkij ne divenne il capo effettivo. La sua organizzazione fu affidata ai comandanti delle squadre bolsceviche.
Il Comitato militare rivoluzionario informò il comando della regione di Pietrogrado che assumeva il controllo diretto delle truppe. Le autorità militari si trovarono spiazzate: dopo tutto il comitato rappresentava ufficialmente il Soviet, alla fine non fecero nulla per contrastare in concreto l'assunsione di controllo della guarnigione. Ad ogni modo si trattava di un problema prevalentemente formale: la guarnigione già da qualche tempo seguiva le direttive dei bolscevichi.
Il 12 ottobre la Commissione degli affari esteri e il Consiglio della repubblica continuavano a discutere e, dopo aver ricevuto rapporti addirittura incoraggianti sullo stato dell'esercito russo, stabilirono la linea da tenere all'imminente conferenza alleata di Parigi.
La notte del 10 ottobre, in casa del menscevico Suchanov, si svolse la celebre riunione del Comitato centrale bolscevico in cui fu presa la decisione della attuazione della rivoluzione d'Ottobre. Vi parteciparono dodici dei ventidue membri del Comitato, tra cui Lenin e Zinov'ev, rientrati clandestinamente a Pietrogrado il 3 ottobre.
Lenin respinse qualsiasi tentativo di obiezione alla insurrezione immediata: era l'ora di passare ai fatti. Alla fine la sua linea prevalse e, con dieci voti contro due (di Zinov'ev e Kamenev), il comitato si pronunciò in favore della rivolta armata.
Kamenev e Zinov'ev accentuarono il loro dissenso con la decisione presa predicando nelle varie organizzazioni del partito l'inopportunità di quella scelta e la necessità di aspettare la convocazione dell'assemblea costituente dove i bolscevichi si sarebbero di certo assicurati almeno un terzo dei seggi. Il comportamento dei due provocò la collera di Lenin.
Nella riunione del 16 ottobre lo scontro tra i due schieramenti toccò il suo punto più alto ma oramai la linea di Lenin era riuscita ad imporsi. Due giorni dopo lo stesso leader bolscevico propose che i due vecchi compagni fossero espulsi dal partito per il loro comportamento.
Negli eventi del 24 e 25 ottobre 1917, l'uomo che svolse il ruolo più importante accanto a Lenin, fu Trotzkij. A capo del comitato militare rivoluzionario diramava ordini e nello stesso tempo presiedeva il soviet. Da grande oratore, nei suoi discorsi alle riunioni dei soldati e degli operai suscitò nella gente la propensione all'audacia ed al romanticismo dell'azione.
Lenin, dal suo rifugio alla macchia, si mostrava sempre più impaziente mentre altri esponenti bolscevichi erano in preda al panico. Trotzkij intuì che la sollevazione non poteva essere scatenata a nome di un solo partito, ma dovesse essere avviata in nome del Soviet intero alla vigilia del secondo congresso panrusso dei soviet.
Il 23 ottobre il governo provvisorio ordinò la chiusura dei giornali bolscevichi. L'atto colse tutti di sorpresa e richiamò l'attenzione sul fatto che l'istituto Smolny, quartier generale bolscevico, era completamente indifeso nell'imminenza della rivolta e sarebbe risultato facilmente vulnerabile. Così il palazzo venne rapidamente fortificato con mitragliatrici e cannoni. Su proposta di Kemenev, riammesso all'ultimo momento nel partito insieme a Zinov'ev, fu stabilito che nessun membro del comitato centrale bolcevico potesse lasciare l'edificio senza specifica autorizzazione.
L'insurrezione sarebbe dovuta iniziare la notte del 23 ottobre con la presa del palazzo d'Inverno, sede permanente del governo provvisorio. In precedenza erano stati fatti affluire in città 1500 marinai da Kronstadt. Il progetto fallì poiché i militari bolscevichi furono fronteggiati da uno squadrone di cavalleria.
Il giorno successivo vennero impartite le disposizioni finali per la sollevazione. Un comitato composto da Antonov-Ovseenko, Cudnovskij e Podvojskij, avrebbe diretto le operazioni militari. Quella stessa sera Lenin, travestito e con la faccia fasciata, lasciò il suo nascondiglio e raggiunse di nascosto lo Smolny.
Prima dell'alba del 25 ottobre distaccamenti armati occuparono, senza trovare resistenze, le zone strategiche della capitale: centrali telefoniche, centrali elettriche, teste di ponte ecc. Le uniche truppe sulla fedeltà delle quali il governo provvisorio avrebbe potuto contare erano gli Junker, gli allievi delle scuole militari.
Visto il precipitare della situazione, Kerenskij lasciò la capitale nelle prime ore del mattino, diretto al fronte dove avrebbe tentato di raccogliere i suoi reggimenti per marciare alla riconquista di Pietrogrado.
Il governo, rimasto senza il suo primo ministro, si barricò all'interno del Palazzo d'Inverno. Verso mezzogiorno l'edificio si trovò assediato dalle milizie bolsceviche. A difesa del palazzo rimasero solo gli Junker e alcune donne.
Il triumvirato bolscevico, responsabile delle operazioni, ritenne inopportuno conquistare l'edificio assaltandolo e scelse di costringerlo alla resa con le cannonate a salve dell'incrociatore Aurora e della fortezza di Pietro e Paolo. L'assedio durò tutta la giornata fintanto che piccoli gruppi tra i più audaci dei soldati e marinai bolscevichi penetrarono progressivamente nel palazzo.
Lenin attese l'esito delle operazioni nello Smolnj dove stava per riunirsi il II° Congresso panrusso dei soviet. I lavori del congresso furono aperti quella notte quando oramai l'assedio al Palazzo d'Inverno stava per concludersi. Gli ultimi difensori si arresero per ordine dei ministri quando il numero delle persone infiltrate risultò essere troppo elevato per essere contrastato dagli Junker.
I membri del governo provvisorio vennero scortati alla prigione della fortezza di Pietro e Paolo mentre il II° Congresso dei soviet accoglieva la notizia della caduta del Palazzo d'Inverno con esultanza.
La presidenza del congresso venne affidata a Kamenev. Alle quattro del mattino del 26 ottobre Lenin si allontanò dallo Smolnj per recarsi nell'appartamento di Bonc-Bruevic, dove, dopo un breve riposo, dedicò la mattinata alla stesura della prima legislazione bolscevica: i decreti sulla pace e sulla terra.
Nella notte di quello stesso giorno i decreti vennero letti al congresso che li accolse con entusiasmo. Il provvedimento sulla pace sollecitava i governi in guerra ad avviare immediati negoziati per una soluzione del conflitto "senza indennizzi e senza annessioni". Dopo un lungo applauso il congresso ratificò all'unanimità il decreto ed intonò l' Internazionale.
Il decreto sulla terra che veniva assegnata ai contadini invece incontrò minore eccitazione. La nuova legge non dimostrava di avere di avere carattere marxista ma appariva come un tentativo di conciliarsi con le masse contadine. Il decreto sulla terra fu approvato, ma questa volta un delegato votò contro.
La nuova classe dirigente aveva mantenuto la promessa di impegnarsi per la "pace e la terra" ma ben più complicato risultava il compito di soddisfare l'altro fondamentale bisogno di quel travagliato paese: quello del pane.
Votare per la pace era stato facile, difficile era a quel punto conseguirla. Era intuibile che anche il decreto sulla terra avrebbe aggravato il caos già presente nelle campagne ma entrambe le misure erano assolutamente necessarie per soddisfare le richieste della popolazione.
Non esistendo ne radio ne altri mezzi di comunicazione di massa le notizie nelle campagne vennero diffuse immediatamente da speciali messi, soprattutto soldati e marinai.
In quei giorni si discusse anche del nome da dare ai nuovi organi esecutivi dello stato: il termine ministro fu scartato e gli venne preferito, su proposta di Trotzkij che si rifece ad una denominazione in voga durante la rivoluzione francese, quello di commissario del popolo.
La presidenza del Consiglio dei commissari del popolo fu affidata a Lenin, anche se inizialmente avrebbe preferito non farne parte. Quando i nuovi ministri si insediarono dovettero affrontare condizioni di indescrivibile caos e l'inesperienza dei nuovi incarichi talvolta sfociava in situazioni di autentico panico. Soltanto l'autorità di Lenin riuscì a far marciare l'insieme. Spesso la minaccia che poneva fine alle divergenza all'interno dei commissariati era proprio: "Ilic ne sarà informato!"
Gradualmente il governo cominciò a funzionare, grazie al termine degli scioperi dei dipendenti pubblici e all'arrivo di nuove disponibilità finanziarie. Per volere di Lenin si era scelto che il governo fosse composto solo da bolscevichi e non, invece, da una coalizione di partiti di sinistra, come molti avevano preteso. Alla base di questa scelta vi erano essenzialmente motivazioni di carattere pratico: in quei momenti di grande destabilizzazione era già difficile riuscire a gestire le dispute tra i vari commissari bolscevichi, che minacciavano le dimissioni alla minima contrarietà, per cui un eventale governo di coalizione sarebbe stato ancora più incapace di trovare accordi politici. Inoltre c'erano ben pochi candidati adatti a ricoprire posti ministeriali tra i membri degli altri partiti.
Nel giro di pochi giorni, dopo duri scontri, anche Mosca ed altre grandi città passarono sotto il controllo bolscevico. La temuta controffensiva di Kerenskij non si ebbe, poiché non fu in grado di riunire forze consistenti per azzardare una controrivoluzione. L'unico tentativo dell'ex primo ministro fu di affidare poche centinaia di soldati cosacchi al generale Krasnov con lo scopo di uidarli verso Pietrogrado, ma Lenin rivolse un appello agli ufficiali dell'esercito regolare, i quali, considerando Kerenskij un fanfarone e un traditore (per la vicenda di Kornilov), offrirono il loro aiuto e costrinsero i cosacchi alla resa. Kerenskij ancora una volta fuggì travestito da marinaio.
Il nuovo governo era in realtà né de jure, né de facto. Il consiglio dei Commissari del popolo era nato per essere un organo provvisorio in attesa della convocazione dell'assemblea costituente. Quando il congresso dei soviet si sciolse, i bolscevichi si trovarono costretti ad indire l'assemblea che era stata promessa, ma erano altrettanto certi che avrebbero potuto disperderla con la forza.
La nuova Russia era governata inizialmente dal comitato esecutivo del congresso presieduto da Kamenev, ma nel giro di alcuni giorni quest'ultimo venne estromesso dalla presidenza dopo essere entrato in contrasto con Lenin, ed al suo posto venne insediato Sverdlov. Il Consiglio dei Commissari fu creato e improvvisato in tutta fretta e la sua importanza derivava sopratutta dal fatto che ne facevano parte Lenin e Trotzkij. Più marcata fu l'influenza sulle decisioni del Comitato centrale del partito bolscevico, sebbene fosse spesso diviso sulle scelte politiche.
Lenin dal canto sua non aveva ancora il dominio su questi due organi che venivano paralizzati anche da pochi dissidenti. Egli si impegnò a persuadere ed esortare i suoi colleghi scrivendo articoli e pronunciando discorsi al fine di costringere gli avversari a cedere. D'altro canto i bolscevichi non erano ancora un gruppo così forte da potersi permettere l'imposizione delle scelte, l'eventuale espulsione di membri dissenzienti avrebbe scoraggiato e allontanato molti altri.
La rivoluzione aveva vinto da poche settimane quando Lenin cercò la collaborazione di tutte le classi, anche dell'odiata borghesia, dimostrando ai lavoratori la necessità di concedere agli specialisti la concessione di trattamenti di favore per incentivare la produzione.
Lenin portò il senso pratico nella disintegrazione sociale che attanagliava la Russia. "La nostra debolezza...sta nel fatto che teniamo troppe riunioni" fu il monito rivolto al suo partito.
Nonostante lo scetticismo degli osservatori internazionali che prevedevano una breve durata del governo bolscevico, l'autorità di Lenin tra le masse crebbe nel giro di pochi mesi divenendo indiscussa e portando a considerare inconcepibile un esecutivo senza di lui.