










Lenin e Stalin

A rivoluzione avvenuta, Lenin ed i bolscevichi si trovarono a dover fronteggiare la disastrosa situazione economica in cui versava il paese. La guerra civile non tardò a manifestarsi e si protrasse per più di quattro anni. Le forze controrivoluzionarie, sostenute dalle truppe di intervento straniere, sostennero le rivolte dei Kulaki nella Russia centrale, in Ucraina ed in Siberia, il movimento dei Basmaci organizzava sollevazioni in molte città dell'Asia centrale.
La necessità di avere a disposizione tutte le forze e le risorse per la difesa dello stato sovietico spinse le autorità ad adottare le norme del cosiddetto "comunismo di guerra" che prevedeva, tra l'altro, la nazionalizzazione della grossa e media industria, la centralizzazione della produzione e della distribuzione, il divieto del commercio privato, il lavoro obbligatorio, l'uguaglianza dei salari.
Il problema principale per la formazione di un nuovo stato, era quello di trovare un'alternativa a un'economia caratterizzata da una pluralità enorme di strutture piccolo borghesi. Lenin era convinto che in quelle condizioni il socialismo non poteva essere costruito in modo "immediato", si poteva solo tentare una "transizione" verso di esso. Egli si rese conto che il capitalismo privato della piccola borghesia era ostile non solo al socialismo ma anche al capitalismo di stato.
Lenin tuttavia intuì che le misure adottate per fronteggiare la situazione civile avrebbero portato un aumento del malcontento tra la popolazione e non avrebbero permesso una ripresa dell'economia. Così elaborò una Nuova Politica Economica (NEP) nella convinzione che un certo sviluppo del capitalismo potesse fosse indispensabile in quel momento. Le misure della NEP furono adottate pur non trovando la condivisione di alcuni membri dell'ufficio politico e del Comitato Centrale.
Quando Lenin fu colpito dalla malattia, l'evoluzione dello Stato sovietico si trovava nel suo momento più cruciale. Il partito comunista avrebbe dovuto consolidare la sua posizione per scongiurare l'accerciamento della Russia da parte degli Stati imperialisti.
Nella sua "Lettera al Congresso" (o Testamento), Lenin si preoccupò di fornire una serie di importanti cambiamenti politici e organizzativi. Egli temeva che i dissidi interni al CC, dopo la sua morte, avrebbero procurato una scissione nel partito, avendo constatato, che in sua assenza, lo stesso si era dimostrato incapace di superare le divergenze di opinione dei suoi membri. Perciò richiese di aumentare il CC fino a 50-100 unità, reclutando "operai e contadini medi" che non avessero un "lungo funzionariato sovietico", al fine di contenere l'operato del gruppo nelle sue competenze.
In un articolo per la Pravda del 25 gennaio 1923, Lenin scrisse: "né il segretario generale, né alcun altro membro del CC" dovevano essere in grado d'impedire un controllo sulla loro attività". La frase non fu mai pubblicata.
Stalin si impose all'attenzione della scena politica sovietica dal 1919, anno in cui venne nominato Commissario per gli affari delle Nazionalità e l'Ispezione operaia e contadina. Egli si fece notare per le sue indubbie capacità organizzative ma anche per i suoi comportamenti dittatoriali nei confronti delle etnie minori. Lenin stesso lo descrisse come "fatalmente precipitoso" e "nefastamente collerico".
I primi dissidi tra i due si ebbero per le questioni concernenti "l'autonomizzazione", un progetto voluto da Stalin che proponeva l'annessione delle repubbliche indipendenti nella Federazione delle repubbliche russe a titolo di "repubbliche autonome". Lenin viceversa, preoccupato dallo "sciovinismo grande russo" nei confronti elle minoranza etniche, prevedeva una "Federazione di repubbliche dotate di uguali diritti" e richiese "una unificazione, unitamente con la RSFSR, nell'Unione delle Repubbliche sovietiche dell'Europa e dell'Asia". Questa divergenza di opinioni si concretizzò nella cosiddetta questione agraria.
Nel 1921 Stalin era stato incaricato di organizzare il plenum del CC e le sessioni del comitato esecutivo centrale ed in pratica si trovò ad assumere le funzioni di segretario del CC.
Nella primavera del 1922 venne eletto segretario generale del CC del partito, carica non ufficiale (non esisteva prima) che doveva servire a coordinare il lavoro della segreteria, ma in pratica si trovò a dirigerla. Quando la salute di Lenin peggiorò, il plenum prese la decisione di rafforzare la segreteria del partito, affidando a Stalin il compito di proseguirne i lavori.
In tal modo Stalin concentrò nelle sue mani "un potere illimitato", sia nell'ambito del partito che dello Stato: Lenin si accorse di ciò e propose di sostituirlo anche per evitare che il suo dissidio con Trotzkij divenisse insanabile. Nel suo "Testamento" (nota del 4 gennaio) rilevava che il difetto principale di Stalin era la "grossolanità", "tollerabile" nei rapporti fra comunisti ma "inammissibile" per un segretario generale.
Di contro gli altri candidati alla successione di Lenin alla guida del partito non sembravano del tutto idonei a svolgere tale compito. Kamenev e Zinov'ev erano ancora invisi agli occhi della base del partito, a causa della loro opposizione all'insurrezione armata dell'ottobre 1917. Lenin comunque non volle sbarazzarsi di loro accusandoli di tradimento, anzi nominò Kamenev alla carica di vicepresidente del consiglio dei commissari del popolo, del consiglio del lavoro e della difesa, mentre Zinoviev divenne presidente del comitato esecutivo del Komintern.
Senza dubbio la personalità di maggior spicco tra i membri del Comitato Centrale del partito era Leon Trotzkij, ma il suo passato di oppositore del bolscevismo e "la sua eccessiva sicurezza ed infatuazione per l'aspetto puramente amministrativo degli affari" non indusse Lenin a designarlo come suo successore il quale pertanto pervenne al convincimento che nessun eventuale successore, da solo, sarebbe stato idoneo a sostituirlo e pertanto ritenne la migliore soluzione sarebbe stata la rotazione delle cariche che avrebbe consentito ai leader di controllarsi l'un l'altro.
Lenin citò nel suo "Testamento" anche Bucharin e Piatakov, sul primo sostenne che "non è soltanto il maggiore e il più prezioso teorico del partito, è anche, a ragione, il compagno più benvoluto" ma aggiunse di non averne mai compreso la "dialettica", al secondo riconobbe "volontà e capacità notevoli" insieme alla impossibilità di "contare su di lui su una seria questione politica".
Alla fine Lenin non designò nessun successore e la sua "Lettera al Congresso" venne presentata dalla Kupskaja alla commissione del Comitato Centrale (composta da Stalin, Kamenev, Zinoviev e altri ancora) che scelse di non pubblicarla.
I rapporti sulla "Lettera", diffusi alle varie delegazioni, fecero credere che soltanto i tratti personali del carattere di Stalin erano stati messi in discussione e non anche il fatto ch'egli avesse concentrato su di sé un enorme potere.
L'interpretazione della proposta di rimozione di Stalin dalla carica di Segretario generale venne presentata unicamente come ipotesi, visto che Lenin non aveva trovato niente di oggettivo da rimproverare a Stalin, tralascurando il fatto che le riserve di Lenin vertevano su questioni di carattere soggettivo ritenute in realtà particolarmente gravi in quanto avrebbero generato gravi problemi politici. Dal canto suo, Stalin liquidò le osservazioni critiche mossegli da Lenin con la promessa di tenerne conto.
In sostanza, il dibattito venne indirizzato unicamente sulle proposte di Lenin riguardanti la struttura organizzativa degli organi dirigenti del partito. Il XII congresso del partito (1923) fece passare il numero dei membri del CC da 27 a 40; il XIII congresso (1924) li portò a 53. Tuttavia, il progetto di Lenin di associare gli operai e i contadini alla direzione del partito non si realizzò.
Nel 1927, il XV congresso adottò la risoluzione di pubblicare la "Lettera" di Lenin in una raccolta delle sue opere, ma poi il testo venne pubblicato solo in un "bollettino segreto". Nell'ottobre dello stesso anno, al plenum del CC, Stalin parzialmente citò e commentò nel suo discorso la "Lettera" di Lenin. Il discorso venne poi inserito nelle Opere di Stalin in maniera sintetica: totalmente esclusi furono i passaggi relativi alla proposta della sua rimozione. Durante il periodo della dittatura staliniana il Testamento fu addirittura considerato inesistente, benché nel 1927 fosse apparso all'estero per opera di alcuni simpatizzanti trotzkisti.
Stalin inaugurò il principio della volontà politica, con cui cercò di regolare tutti i problemi dello sviluppo economico e culturale, senza pensare se le condizioni per la realizzazione di questi o quegli obiettivi fossero effettivamente mature. "I quadri decidono tutto", diceva Stalin, secondo il quale la realtà sociale non era un sistema organico di rapporti interumani che si sviluppava attraverso gradi successivi di maturità, ma una materia prima che poteva essere maneggiata a proprio piacimento, usando l'organizzazione, la disciplina di ferro e potenti mezzi di violenza.
Dopo l'Ottobre 1917 i dirigenti bolscevichi, ad eccezione di Lenin, cominciarono ad attribuire un grande ruolo all'iniziativa storica ed all'esigenza ineluttabile di "trasformazione del mondo", supportati dai continui successi della rivoluzione. Ciò portò ad una volgarizzazione del marxismo e ad una strumentalizazione della Rivoluzione d'ottobre.
L'euforia della classe dirigente fu uno degli aspetti che più preoccuparono Lenin, che richiamò più volte alla calma ed all'attenzione per non cadere nella retorica e nella demagogia. Il suo incitamento fu rivolto all'apprendimento delle tecniche di commercio praticate dagli specialisti, allo sviluppo dell'industria in modo scientifico, alla propaganda di principi cooperativistici nelle campagne sulla base del libero consenso, all'unione della direzione centralizzata con la democrazia operaia. Stalin non fu dello stesso avviso. In pochi anni egli creò nuovi rapporti di produzione nelle campagne, trasformando i contadini in kolkotsiani, e pianificò lo svulippo forzato del paese in tre piani quinquennali al prezzo di spaventosi sacrifici.
L'idea che l'edificazione di una nuova società sarebbe dipesa dalla socializzazione dei mezzi di produzione era largamente diffusa tra i bolscevichi, per questo apparve naturale la confisca e la nazionalizzazione delle imprese industriali e delle banche. Lenin tuttavia nutrì seri dubbi sull'uso della forza per l'attuazione di questo processo, rifacendosi all'idea marxista che sosteneva la nascita della economica socialista attraverso la naturale evoluzione della società, divenendo essa inadatta a gestire in maniera privata i grandi complessi produttivi. Egli si accorse delle difficoltà di traghettare il paese dalla mera nazionalizzazione al socialismo con drastiche risoluzioni amministrative. Dopo i primi tentativi di socializzazione forzata che portarono al cosiddetto "comunismo di guerra", la dirigenza bolscevica adottò, non senza polemiche, la sperimentazione della NEP.
In questo modo Lenin sperava di limitare anche la tendenza, sempre presente nel partito, al dogmatismo. Ma Stalin, in nome della difesa del marxismo, attuò una serie di interpretazioni dello stesso che portarono ad uno stravolgimento ideologico, a cominciare dalle tesi stesse dell'edificazione dello stato socialista.
Marx aveva maturato l'idea che il processo di soppressione della proprietà privata, giudicato inevitabile, sarebbe dovuto avvenire in maniera sistematica. Questa idea fu ripresa da Lenin, che già nelle "Tesi d'Aprile" parlò dell'intenzione di confiscare soltanto le terre dei grandi latifondisti. L'unica forza da usare, diceva Lenin, doveva essere quella dell'"esempio", cioè della persuasione ragionata basata sulla prassi.
Per Stalin invece l'idea di proprietà privata doveva essere estirpata completamente non solo nell'industria, nel commercio e nell'edilizia, ma anche nell'agricoltura. Il suo intento fu quello di fare dell'Unione Sovietica un gigantesco granaio, in nome dell'assoluto disprezzo verso ogni forma di proprietà. Mentre Lenin aveva abbracciato l'idea di una transizione progressiva al socialismo ad iniziare dalla costruzione di un rapporto di fiducia con le forze economiche esistenti, escludendo l'uso della coercizione nei confronti del mondo contadino, e promuovendo l'organizzazione sociale in forma cooperativista, Stalin si dichiarò contrario anche ad ogni forma di cooperazione, arrivando a guardare con sospetto gli stessi kolkots.
L'intenzione di Stalin di creare un paese comunista imponendo una socializzazione amministrativa causò la nascita di una proprietà burocratica e statale. Il dogmatismo ossessivo ignorò uno dei principi di Engels che aveva sottolineato più volte come le ingiustizie inerenti la proprietà privata non portassero automaticamente alla volontà comune di abolizione della stessa o di come non fosse dimostrabile a priori un maggior rendimento della proprietà sociale.
Nel 1918 Lenin giustificò la coercizione dei comitati dei contadini poveri per espropriare le terre ai kulaki. 50 milioni di ettari vennero confiscati e moltissimi kulaki che non accettarono di rinunciare allo sfruttamento delle loro terre, vennero sterminati nel corso della guerra civile. Alla fine degli anni venti tuttavia la lotta di classe si inasprì notevolmente con la concentrazione obbligata dei lavoratori agricoli nei Kolkots. Con il pretesto di combattere gli elementi borghesi ostili al socialismo, Stalin non esitò a distruggere quanti non si allinearono alle sue disposizioni, provocando milioni di morti ed un crollo incredibile della produzione nelle campagne.
Per Stalin la coerenza di un'idea politica meritava d'essere applicata anche con la forza, se necessario: l'indice principale dello sviluppo del "socialismo reale" era il livello di socializzazione amministrativa della produzione. Lo stalinismo ebbe la pretesa, rivelatasi fallimentare, di instaurare il "socialismo in un solo paese" senza il sostegno, giudicato invece indispensabile da Lenin, del proletariato internazionale.