Lenin e la religione

Lenin

Le tesi del maxismo sulla religione vennero approfondite da Lenin a cominciare dal saggio intitolato Socialismo e religione, pubblicato nel 1905 sul giornale Novaia Gizn.
La religione, intesa come "professione di fede", viene vista come una forma di "oppressione spirituale" mediante la quale una classe borghese, predicando l'umiltà e la rassegnazione nel lavoro in cambio di una ricompensa celeste, sfrutta le fasce più deboli della popolazione. Lenin sottolinea il carattere "reazionario" che le religioni hanno sempre avuto nella storia e il ruolo consolatorio della ingiustizie della vita terrena. Di contro alle classi capitalistiche veniva insegnata la carità "offrendo così una facile giustificazione alla loro esistenza di sfruttatori".
Il compito del proletariato doveva pertanto essere quello di dichiarare la fede un libera scelta della propria coscienza. Lo Stato doveva essere completamente separato dalla Chiesa e a quest'ultima non doveva essere concessa nessuna sovvenzione statale e nessun privilegio.
Ogni individuo poteva scegliere di seguire qualsiasi religione o di essere ateo, senza veder discriminati i propri diritti. Lenin riteneva di poter garantire una giustizia reale per tutti i cittadini imponendo l'uguaglianza sul terreno giuridico tra credenti ed atei, ma non si accorse che le differenze esistenti avrebbero causato delle forti discriminazioni sociali.
Il partito, a differenza dello Stato, avrebbe contribuito a vincere i vecchi pregiudizi della religione attuando una propaganda materialistica e scientifica che comprendesse necessariamente anche l'ateismo. In pratica Lenin voleva un partito capace di contrastare la religione non solo in campo pratico, ma anche ideologico e culturale, sempre evitando l'anticlericalismo.
Sebbene l'ateismo fosse parte integrante della filosofia marxista, esso non fu dichiarato mai nel programma del partito bolscevico poichè l'ideologia sprituale veniva considerata un elemento di secondaria importanza rispetto alla lotta all'oppressione economica.
Lenin tornò sull'argomento in un articolo del 1909 intitolato L'atteggiamento del partito operaio verso la religione, nel quale spiegò come tutte le organizzazioni religiose moderne dovessero essere trattate con indifferenza per ottenere dei vantaggi sul terreno politico.
Qualsiasi concezione religiosa, per il marxismo, non doveva rischiare di divenire più importante della lotta di classe ma nemmeno esserne esclusa. La sua funzione andava spiegata in rapporto ai problemi economici e sociali.
Per recidere le radici profonde della fede, Lenin non riteneva necessaria la diffusione dell'ateismo quanto piuttosto il coinvolgimento del popolo nella questione della lotta di classe. Il non aver reso obbligatoria, nel programma di partito, l'adesione all'ateismo per i suoi militanti, generò diverse contraddizioni. In pratica la libertà di culto, come quella di opinione, era concessa a condizione che il credente rinunciasse alla propaganda pubblica delle proprie convinzioni e restasse fedele alla linea politica del partito.
Lenin chiarì la necessità dei socialdemocratici di mantenere un atteggiamento moderato nei confronti della religione per non cadere nelle dure contrapposizioni anticlericali che si erano già avute in Europa, sopratutto con i blanquisti e con Dühring, e per evitare che il socialismo corresse il rischio di essere subordinato alle questioni ecclesiastiche, distogliendo le masse dalla lotta politica.
Quando i bolscevichi andarono al potere in Russia, Lenin si preoccupò di chiarire la necessità del rispetto dei sentimenti religiosi per non causare il diffondersi del fanatismo. D'altro canto però volle chiarire che i giudizi sulla religione dovessero restare nella sfera privata di un individuo per non rischiare di trasformarsi in motivi di scontro politico. Il socialismo doveva rimanere un fenomeno integralmente laico.
Lenin precisò: "l'idea di Dio non ha mai legato l'individuo alla società, ma, al contrario, essa ha sempre legato le classi oppresse con la fede nella divinità degli oppressori" ribadendo così il concetto che la lotta per l'emancipazione sociale sarebbe stata scatenata dallo sfruttamento economico e avrebbe unito credenti e non.
Perciò i marxisti dovevano raccogliere adesioni anche tra i fedeli e renderli consapevoli di come le organizzazioni religiose tradizionali avessero da sempre legittimato, a volte inconsapevolmente, l'oppressione materiale dei popoli. Per Lenin il movimento comunista, pur se generalmente ateo, doveva possedere comunque una sua moralità concreta non astratta con la quale i proletari potessero rapportarsi nelle diverse situazioni.
Egli, nel 1922, mitigando il suo approccio ideologico verso la religione, sottolineò per l'ultima volta l'importanza in un regime socialista di tenere conto della militanza religiosa e della presenza in essa dei "materialisti". L'ottusa propaganda ateistica non avrebbe portato al superamento dell'ideologia religiosa, i marxisti pertanto avrebbero dovuto rafforzare la collaborazione sociale con le masse per vincere le imposizioni oscurantiste del passato.