










Lenin e i socialisti italiani

Alla vigilia della prima guerra mondiale il socialismo italiano attrasse l’attenzione di Lenin che, riponendo in esso grandi speranze, ne seguì attentamente l’evoluzione, specie negli anni 1919-1920.
E' opportuno descrivere sommariamente la vicende del partito socialista italiano, dalle origini fino alla sua presa di contatto con la III° Internazionale.
La classe dirigente dell'Italia post-unitaria, illusa dall'esaltante prospettiva di far elevare il paese al rango di grande potenza, per poter far fronte alle ingenti spese soprattutto militari, si dimostrò di fatto profondamente indifferente ai bisogni degli strati più deboli della società, imponendo al popolo ogni genere di sacrifici.
In particolare la classe operaia, nelle fasi economiche più sfavorevoli fu abbandonata a se stessa e fu sospinta a lottare con mezzi di fortuna per il miglioramento delle condizioni materiali della propria esistenza.
Il Piemonte divenne la culla del movimento operaio italiano. Nel 1848 sorse a Torino una prima «Società di resistenza », con lo scopo di lottare contro qualsiasi riduzione dei salari. Altre associazioni di lavoratori non tardarono a formarsi, ma la loro iniziative si ridusse ben presto negli ambiti ristretti delle cooperative d’acquisto o di società di mutuo soccorso. Dal 1853 sorsero ottantacinque società di questo tipo.
In Lombardia il movimento operaio si affermò nel 1859 e assunse un carattere più battagliero. Nel dicembre venne fondata l’"Associazione dei nastrai", il cui compito più importante consistette nell’assistere economicamente i propri membri durante gli scioperi.
L'astensione dal lavoro fu ritenuto il mezzo di lotta più idoneo per contrastare la sopraffazione dei padroni. A Milano, dopo uno sciopero degli operai di tipografia, fu costituita una « Società degli artisti-tipografi » con il proposito di « tutelare e far migliorare i contratti di lavoro » mentre a Torino alcune categorie iniziarono a scioperare per richiedere una giornata lavorativa di dieci ore.
Il 1861 fu un anno di grandi ristrettezze economiche per la classe operaia: all' aumento dei generi di prima necessità non corrispose un aumento dei salari. Di qui nuove proteste e nuove dimostrazioni.
Le Società mutualistiche, preoccupate per la situazione di malessere sociale che rischiava di degenerare in gravi disordini, negli ultimi giorni del settembre 1861 inviarono a Milano 250 delegati in rappresentanza di 124 società (67 del Piemonte, 16 della Lombardia, 16 della Liguria) che, riuniti a congresso, adottarono il seguente ordine del giorno:
« Il Congresso, considerata la questione dei salari urgentissima... dichiara funesto essere agli operai ogni sciopero ed ogni mezzo violento. Vero e sicuro modo di rialzare le condizioni materiali dell’operaio essere il progresso, l’accrescimento e l’organamento delle Società operaie».
Subito dopo il congresso divamparono vivaci polemiche che opposero gli apolitici ai politicizzati; questi ultimi non nascosero il loro completo dissenso con lo spirito conciliante e moderatore dal quale era apparsa animata la maggioranza dei delegati.
Il 1° giugno 1862 il governo fece votare alle camere una legge che limitava la libertà delle associazioni; restavano tollerate le società « apolitiche» mentre quelle che per il governo non lo erano, furono sciolte a partire dal 1° agosto.
In quegli anni si verificò un fatto nuovo ed importante: l’intensificazione della propaganda mazziniana. Fin dal 1860 Mazzini, ritenendo inaccettabile l'interesse pressoché esclusivo della classe operaia ai soli interessi materiali, si era accinto, attraverso i suoi seguaci, a scuotere la coscienza politica dei lavoratori ed a ridestare le loro coscienze. Non era soltanto questione di salari più elevati, di giornata lavorativa più corta: l’operaio non doveva dimenticare di essere anche egli un cittadino, dunque un individuo chiamato a partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Di qui l'impegno di Mazzini per "politicizzare i lavoratori italiani".
Karl Marx, che si proponeva di sottrarre gli operai italiani all’influenza di Mazzini trovò in Bakunin, stabilitosi a Firenze nel 1864, un alleato tanto prezioso quanto inconsapevole. Quest'ultimo, allo scopo di combattere l’« Alleanza repubblicana » creata da Mazzini gettò le fondamenta d’una società segreta, detta « Alleanza della democrazia socialista ».
Nel 1868, con i cattivo andamento dei raccolti, la crisi economica (che già da otto anni tormentava il Paese) si aggravò ulteriormente.
Il malcontento della classe operaia raggiunse l’apice. La crisi del commercio, la pesante fiscalità della pubblica amministrazione, il corso forzoso della carta moneta a cui venne ad aggiungersi l'odiosa tassa del macinato con l'inevitabile conseguenza del forte aumento del prezzo del pane, indignò fortemente la popolazione anche la meno politicizzata. Il 14 aprile a Bologna scoppiò uno sciopero generale, che spaventò i giornali benpensanti. La Nazione l’attribuì la protesta "ai tristi artifici dell’Internazionale".
Il movimento che ne seguì, noto con il nome di « Rivolta contro il macinato », ebbe l'adesione di una componente nuova, particolarmente attiva e battagliera: la classe contadina.
I primi tumulti si verificarono alla fine di dicembre nel Veronese. La Lombardia, il Piemonte, la Venezia e l’Emilia non tardarono a loro volta ad unirsi alle rivendicazioni. Bande di contadini, al suono della campana a martello, invasero i municipi delle città e si impadronirono dei mulini. A Pavia i fornai ricevettero da un « comitato rivoluzionario» l’ordine di respingere qualsiasi accordo con il governo. Le autorità fecero intervenire l'esercito. A Parma le truppe spararono sui dimostranti. A San Giovanni in Persiceto (Bologna) si accese una vera e propria battaglia tra le forze dell’ordine e i contadini, che alla fine batterono in ritirata lasciando sul terreno morti e feriti.
La rivolta fu domata dopo circa tre settimane (verso la metà di gennaio del 1869) con il pesante bilancio di 257 morti, 1099 feriti, 3788 arresti.
Pur trattandosi di iniziative non coordinate che il governo fu in grado di liquidare abbastanza agevolmente, nacque l'esigenza di costituire un organismo in grado di coordinare gli sforzi, cosicché il 14 marzo 1880, nacque a Bologna il "Partito operaio", il quale proclamò che non poteva sussistere la libertà politica senza la libertà economica, il diritto di sciopero, la libertà di stampa e di riunione, l' imposta unica e progressiva. Tale partito si dissolse nel giro di alcuni anni.
Nel 1890 un gran numero di ex-militanti si raccolse a Ravenna. Essi decisero di convocare, nel termine più breve possibile, un congresso nazionale destinato a raccogliere tutte le disperse forze operaie. Il congresso si svolse a Milano l’anno seguente e sancì la costituzione di un nuovo partito degli operai italiani (Partito dei lavoratori italiani).
Nel congresso di Genova del 1892, il nuovo partito si diede un programma, nel quale si legge:
« I lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercè la socializzazione dei mezzi di lavoro...
« Tale scopo finale non può raggiungersi che mediante l’azione e la forza del proletariato organizzato in partito di classe, esplicantesi sotto il doppio aspetto:
1. della lotta di mestieri per i miglioramenti immediati della vita operaia...
2. di una lotta più ampia intesa a conquistare i poteri pubblici per trasformarli da strumenti di oppressione e di sfruttamento, in strumenti per l’espropriazione economica e politica della classe dominante ».
Durante il congresso dell’anno successivo, tenutosi a Reggio Emilia, il partito aggiunse alla sua denominazione la qualifica di « socialista » (Partito socialista dei lavoratori italiani).
Nella tornata elettorale di quell'anno, ventiseimila elettori votarono per candidati del partito, che ottenne di essere rappresentato in parlamento da sei deputati.
In quegli stessi anni nelle campagne siciliane la gente, affranta da un secolare sottosviluppo e da una enorme miseria, prestò l'orecchio alla propaganda socialista. Sotto la spinta dei propagandisti — quasi tutti gente di città, borghesi e intellettuali — i contadini si raggrupparono nei fasci e formarono una specie di confederazione generale sotto il nome di « Lega contadina ».
I modesti successi ottenuti permisero ai fasci di svilupparsi e di acquistare una forza sufficiente per trattare su un piede di parità con i proprietari e i comuni. Ma ben presto tra i dirigenti della Lega e i suoi seguaci si creò però un pericoloso equivoco. I primi perseguivano lo scopo di arrivare in parlamento per realizzare le riforme per via legale, mentre per le masse contadine solo la questione economica rivestiva un’importanza essenziale ed immediata.
Quando i contadini si avvidero che il governo, lungi dal sollevarli dal grave peso che sopportavano, si preparava a renderlo ancora più oneroso, furono colti da smarrimento.
Scoppiarono tumulti; invano i dirigenti dei fasci cercarono di fermare la sommossa. Ne seguì una repressione spietata, che restò legata al nome di Francesco Crispi. La Sicilia fu messa in stato d’assedio; venne imposto il disarmo di tutti i cittadini. I fasci, come pure tutte le associazioni operaie in genere, furono considerati sciolti. Migliaia di uomini furono destinati alle « residenze forzate ».
I processi che ne derivarono sortirono l'effetto di accrescere la popolarità dei gruppi entrati ormai nella clandestinità.
Sessantaquattro dirigenti, riunitisi clandestinamente a Parma, il 13 gennaio 1895, decisero la costituzione del "Partito socialista italiano". In quell’occasione si pensò di dare pratica attuazione alle tesi del programma di Genova, adattandole alla realtà del momento. Fu elaborato un «programma minimo », tale da poter essere applicato immediatamente ; esso si limitava a rivendicare la libertà di opinione e di dimostrazione, la neutralità dello Stato nei conflitti tra il lavoro e il capitale, la libertà di associazione, il diritto di sciopero, il riposo settimanale di almeno trentasei ore consecutive, la cassa nazionale di previdenza per la vecchiaia, la nazionalizzazione dei trasporti e delle miniere, l’imposta unica e progressiva sul reddito e sulle proprietà.
Nelle votazioni politiche furono settantaseimila gli elettori che votarono per i socialisti che ottennero dieci deputati. Francesco Crispi, che dopo il disastro di Adua sembrò essere addivenuto a più miti consigli, trovò «rinsavito » il partito socialista e tollerò la sua esistenza.
In seno al partito si scavò un solco profondo tra i « rivoluzionari » fedeli alle tesi del 1892, fautori di un «programma massimo » ed i cosiddetti riformisti, guidati dal neodeputato Filippo Turati, sostenitori invece di un « programma minimo» che potesse portare anche solo a riforme capaci di portare un miglioramento parziale del livello di vita della classe operaia.
Al congresso di Imola del 1902, nel quale erano rappresentate 836 sezioni, fu dichiarata "incompatibile" l’esistenza di due correnti distinte in seno al partito. Ma tale «incompatibilità » persistette e si rivelò particolarmente tenace.
Al congresso di Roma del 1906 (932 le sezioni rappresentate), riformisti e rivoluzionari decisero di affrontarsi in uno scontro aperto; ma alla vigilia del raduno scese in campo una terza componente che sconvolse i loro piani. Si trattò del gruppo dei cosiddetti «integralisti » che tentavano di trovare una posizione di compromesso tra le due tesi contrapposte. Costoro, pur accettando come obiettivo finale la lotta di classe, ritenevano che il ricorso a questi metodi fosse sottoposto a un « criterio di gradualità del divenire socialista nel seno stesso della società borghese »; inoltre, senza condannare esplicitamente la violenza, si dichiaravano favorevoli all'uso di mezzi legali nella misura in cui era possibile servirsene.
Il partito così, invece di due correnti ne ebbe tre.
Quando il governo italiano decise repentinamente, l’occupazione immediata della Tripolitania e della Cirenaica « a titolo preventivo », dichiarando la guerra alla Turchia, i dirigenti socialisti, riuniti a Bologna, reagirono animosamente ed indissero uno sciopero generale, che falli miseramente poiché l’opinione pubblica, irretita dai primi successi, si convinse che la contesa si sarebbe risolta in breve tempo e l'intervento si sarebbe rivelato stato un buon affare per l'Italia. Nonostante l’organo del partito, l’Avanti!, parlasse con veemenza contro quella «aggressione inqualificabile » vi furono addirittura alcuni deputati socialisti che si dichiararono favorevoli all’intervento
Anche il direttore del giornale, Bissolati, sotto la pressione dagli ambienti governativi, non seppe opporre loro un rifiuto sufficientemente deciso, la qual cosa riempì i militanti socialisti di grande indignazione. Fu convocato un congresso straordinario che si tenne negli ultimi giorni di ottobre del 1911.
Il caso Bissolati aprì una dibattito sulla partecipazione dei socialisti a un governo borghese. Le tre correnti si affrontarono attraverso i loro rispettivi ordini del giorno. I « rivoluzionari » si mostrarono risolutamente ostili alla partecipazione, giudicandola in assoluta contraddizione con la teoria e la pratica della lotta di classe. Gli « integralisti » dichiararono che, se pur in linea di principio il partito socialista non poteva accordare il proprio sostegno a un ministero borghese, dinnanzi ad eventuali decisioni governative « profondamente innovatrici », questo appoggio non doveva essere rifiutato. Quanto ai « riformisti », si presentavano a loro volta divisi in due frazioni. La destra (di Bissolati) era disposta a spalleggiare l'esecutivo attualmente al potere, la sinistra (di Turati) pensava che quest’ultimo non dovesse essere sostenuto "sistematicamente". La votazione riservò una sorpresa: essa diede la maggioranza ai rivoluzionari (8600 voti). I riformisti, che disponevano di un totale di 9400 voti (7400 di sinistra e 2000 di destra), protestarono e ottennero il ballottaggio. I mille integralisti recarono il loro contributo di mille voti alle tesi di Turati e il gioco fu fatto.
I rivoluzionari non deposero le armi e ottennero la convocazione di un nuovo congresso, che si tenne a Reggio Emilia nel luglio 1912. Il loro rappresentante, Benito Mussolini, presentò un ordine del giorno nel quale si pretendeva l’espulsione di quattro deputati colpevoli del duplice crimine di "tripolismo e di monarchismo". Anche questa volta i riformisti si presentarono divisi in due frazioni, ma non riuscirono a trovare un’intesa, e l’espulsione fu votata. Quella sera stessa i riformisti di destra lasciarono il partito e ne formarono uno nuovo denominato "Partito socialista riformista" che qualche tempo dopo finì per disgregarsi.
Lenin, informato a Cracovia dell’espulsione dei quattro dirigenti riformisti italiani dalla figlia di un ricco negoziante ucraino, Angelica Balabanova, s’affrettò ad inviare un articolo alla Prawda, in cui affermò di approvare in pieno la decisione presa dai socialisti italiani e nel gennaio del 1915, non mancò di additare sulla rivista "Il Comunista" i socialisti italiani come esempio per tutti.
In Italia Antonio Gramsci fu il primo a far conoscere l’opera di Lenin e a contribuire efficacemente alla sua diffusione. Studente dell’Università di Torino dal 1911, aderì al partito socialista nel 1913. Nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra mondiale, poiché la linea adottata ufficialmente dal suo partito a favore della neutralità dell'Italia non gli sembrava potesse soddisfare alle esigenze del momento, scelse di adottare una propria linea di condotta che si traduceva nella formula "Neutralità attiva ed operante". Entrato a contatto con gli ambienti socialisti svizzeri, riuscì a procurarsi un certo numero di pubblicazioni e ad organizzare, tramite forse Angelica Balabanova, la traduzione italiana degli scritti di Lenin, che furono messi in circolazione in forma poligrafata o manoscritta. La rivoluzione del 1917 trovò subito in lui un ammiratore fervido ed entusiasta. Egli la salutò come l’avvenimento più importante dei tempi moderni, destinato ad aprire un’era nuova nella storia dell’umanità.
Intanto la guerra era divenuta estenuante. Le terribili prove subite dal popolo italiano nel corso di tre anni di conflitto mondiale si esternavano in aspre recriminazioni contro l’incapacità non soltanto dei capi militari ma anche dei dirigenti civili, ai quali si rimproverava di aver trascinato il Paese in un evento sanguinoso e dissennato.
A Torino, dove la classe operaia era politicamente meglio preparata e aveva accolto l’annuncio della rivoluzione russa con il più vivo entusiasmo, il malcontento popolare rivestì una particolare intensità. Una grandiosa manifestazione fu organizzata dalla sezione socialista, della quale Gramsci era stato recentemente nominato segretario. Un mese dopo, in uno slancio di furibonda esasperazione, i lavoratori torinesi insorsero contro la guerra imperialista. Per cinque giorni la città fu teatro di scontri sanguinosi, che costarono la vita a più di cinquecento operai. I feriti furono circa duemila. Poi giunse inaspettatamente il disastro di Caporetto che rese sempre più intensa la disponibilità verso le idee estremiste. Nuovi elementi oltranzisti entrarono nel partito socialista. Al congresso di Roma i delegati torinesi e quelli romani chiesero a gran voce lo scioglimento del gruppo parlamentare del partito e l’espulsione di Turati. Il congresso si limitò a votare, a stragrande maggioranza (14.915 voti contro 5012), una severa mozione di biasimo per i deputati socialisti, costringendoli a adeguarsi rigorosamente alle direttive del partito.
Il 24 gennaio 1919 un manifesto pubblicato nelle Isvestia, organo ufficiale della repubblica dei Soviet, mentre constatava il fallimento della Seconda Internazionale, che « aveva dato prova della sua totale incapacità d’intraprendere un’azione rivoluzionaria immediata », annunciò la costituzione di una nuova Internazionale, la Terza. Il 2 marzo successivo si riunirono al Cremlino i cinquantadue delegati in rappresentanza di trentacinque partiti e organizzazioni socialiste. Il partito italiano non inviò una sua delegazione. Alla terza seduta gli inviati si dichiararono costituiti in Terza Internazionale, che prese il nome di Internazionale Comunista.
Il comitato direttivo del partito socialista italiano si riunì a Milano il 18 marzo e, dopo cinque giorni di discussioni, prese la decisione, con dieci voti contro tre, di aderire alla Terza Internazionale.
Per a pronunciarsi in merito a tale risoluzione fu convocato il congresso del partito per il 5 ottobre a Bologna.
L’adesione all’Internazionale Comunista comportò per Gramsci il riconoscimento dell’«urgente necessità di organizzare la dittatura del proletariato » e di conseguenza l'espletamento di un'azione volta al conseguimento di una diversa organizzazione degli operai in unità di produzione e nel rinvigorimento di una propaganda centrata su un nuovo tipo di Stato, fondato sui consigli operai e contadini nei quali si sarebbe connaturata la dittatura del proletariato.
A Bologna il congresso decise di creare, a fianco della direzione del partito, un Consiglio nazionale investito del compito di preparare l’organizzazione rivoluzionaria delle masse. Tale Consiglio si riunì l’ 11 gennaio e votò un ordine del giorno in cui si proponeva, nell'ambito del partito, la creazione, dei Soviet "indispensabili all' avvento della dittatura del proletariato". Poiché l'indicazione non ebbe riscontro, il 18 aprile il Consiglio votò una nuova deliberazione in cui si tornò a sollecitare la costituzione di detti organismi entro un termine di due mesi. Anche questa volta non accadde nulla tanto che il Consiglio tornò a votare, per la terza volta, una identica mozione.
Nel luglio successivo giunse la notizia che si sarebbe svolto il secondo congresso dell’Internazionale Comunista.
Questa volta il partito socialista italiano decise di inviare un'imponente delegazione guidata da Serrati, che allora figurava come il leader del partito.
La delegazione italiana fu ricevuta a Mosca col massimo riguardo. Serrati diventò membro del presidium del congresso, e lo presiedette effettivamente a più riprese. La discussione delle condizioni di ammissione, elaborate da Lenin in ventuno punti, cominciò il 29 luglio. Queste possono essere così sintetizzate: la propaganda dovrà essere condotta dal partito in conformità alle disposizioni dell’Internazionale Comunista; i riformisti e i centristi dovranno essere tenuti fuori da tutti i posti di responsabilità nel partito; in un periodo di guerra civile, accanto alle organizzazioni legali, il partito comunista avrà il compito di organizzare cellule clandestine; il partito comunista dovrà condurre una propaganda serrata tra le truppe e nelle campagne e denunciare il socialpatriottismo e il socialsciovinismo; la rottura con i riformisti e i centristi dovrà aver luogo entro il più breve tempo possibile; il partito comunista dovrà sostenere il movimento per l’emancipazione dei popoli coloniali; nuclei comunisti dovranno essere formati in seno ai sindacati, allo scopo di guadagnarli al comunismo; dovrà essere condotta una dura lotta contro l’Internazionale sindacalista d’Amsterdam; il partito dovrà sottostare a una disciplina di ferro, assoggettare la condotta del suo gruppo parlamentare alle decisioni della direzione ed attuare espulsioni periodiche; il partito dovrà appoggiare tutte le repubbliche sovietiche nella lotta alla controrivoluzione; il partito dovrà rivedere il proprio programma, adattandolo alle condizioni del Paese e uniformandolo allo spirito dell’Internazionale Comunista; tutte le decisioni prese dall’Internazionale Comunista saranno vincolanti per i partiti affiliati ed infine; tutti i giornali del partito dovranno pubblicare tutti i documenti importanti dell’Esecutivo dell’Internazionale Comunista; tutti i partiti aderenti all’Internazionale Comunista dovranno convocare, entro un termine di quattro mesi, un congresso straordinario per l’esame della situazione presente; tutti i partiti che desiderano far parte dell’Internazionale Comunista dovranno assumere il nome di Partito comunista e dovranno avere nei loro organi direttivi almeno due terzi dei membri che si erano pronunciati a favore dell’adesione prima del secondo congresso dell’Internazionale; i membri del partito che respingono le condizioni dell’Internazionale Comunista dovranno essere espulsi.
Queste condizioni trovarono un fermo dissenso in Serrati.
Il congresso si concluse il 6 agosto.
Il 27 agosto, Lenin, che nutriva grandi speranze nella classe operaia italiana, fece pervenire « alla direzione del partito socialista italiano, a tutti i membri del partito, a tutto il proletariato rivoluzionario d’Italia », a nome dello Esecutivo dell’Internazionale Comunista, un lungo messaggio che insisteva in modo particolare sulla necessità di allontanare dal partito i riformisti ed i liberal-borghesi.
Il 21 settembre il comitato direttivo del partito socialista italiano cominciò l’esame delle condizioni votate dal secondo congresso dell’Internazionale. Due tendenze s’affrontarono con forze pressoché equivalenti che produssero a due ordini del giorno. Il primo accettava incondizionatamente tutti i punti dettati da Lenin mentre il secondo, ispirato da Serrati, sosteneva la necessità di conformare la propria condotta alle ragioni storiche e alle contingenze concrete del proprio Paese. Il primo, approvato con una maggioranza di sette voti contro cinque, sarebbe stato presentato al prossimo congresso.
I riformisti, riunitisi in conferenza a Reggio Emilia il 10 ed 11 ottobre, tributarono una trionfale ovazione a Turati. Il vecchio Treves dichiarò ad alta voce: "O resteremo tutti nel partito, o tutti ne usciremo".
Il congresso del partito si apri a Livorno il 14 gennaio 1921. Vi erano rappresentati 216.327 membri del partito, suddivisi in cinque formazioni:
1. Raggruppamento massimalista unitario degli ex-massimalisti del congresso di Bologna.
2. Raggruppamento concentrazionista della destra del partito.
3. Raggruppamento dei comunisti puri.
4. Raggruppamento dei rivoluzionari intransigenti.
5. Raggruppamento dei comunisti unitari, che sognava l’unione della sinistra e della destra.
Lenin, che annetteva un’importanza particolarissima alle decisioni del congresso socialista italiano, incaricò Zinoviev e Bukharin di recarsi a Livorno per farvi sentire la voce della Terza Internazionale. Poiché il governo italiano negò loro il visto d’ingresso, egli dovette accontentarsi d’inviare in Italia il bulgaro Kabakciev assistito dall’ungherese Rakosi. Il bulgaro con tono autoritario ed irritante intimò agli italiani di accettare e applicare immediatamente le ventuno condizioni di Lenin, pena l’esclusione dall’Internazionale Comunista. La maggioranza del congresso ne fu irritata.
Al congresso finirono per fronteggiarsi due tesi opposte: unione o scissione.
Furono infine presentate tre mozioni:
1. Mozione dei massimalisti unitari: il partito riconfermava la propria adesione alla Terza Internazionale e accettava in blocco le ventuno condizioni, fermo restando il diritto di interpretarle secondo le particolari condizioni storiche del Paese. Si richiedeva inoltre che il nome del partito socialista fosse provvisoriamente conservato.
2. Mozione concentrazionista: il partito, avendo deliberato di conservare il nome di socialista riaffermava la propria volontà di mantenere salda l’unità delle forze socialiste e si dichiarava ostile a qualsiasi loro tipo di scissione e di espulsione che non avessero la loro ragion d’essere in dissensi di vitale importanza sui principi fondamentali del socialismo.
3. Mozione comunista: il partito confermava la sua adesione alla Terza Internazionale. In accordo alle decisioni prese dal secondo congresso, stabiliva di cambiare il proprio nome in quello di Partito comunista d’Italia e affermava l' incompatibilità con i principi dell’Internazionale Comunista la partecipazione al partito di tutti coloro che gli erano ostili e che avessero contro l’obbligo di una stretta osservanza delle ventuno condizioni di Lenin.
La votazione diede i risultati seguenti:
Mozione massimalista: 98.028 voti.
Mozione comunista: 58.783 voti.
Mozione concentrazionjsta: 14.695 voti.
Il gruppo dei comunisti, appena proclamato l’esito della votazione, si ritirarono dal congresso e si riunirono a parte per annunciare la fondazione del Partito comunista italiano. Da quel giorno i due partiti si contesero la fiducia della classe operaia.
L'Esecutivo dell’Internazionale espulse il partito socialista italiano.
Sedici mesi più tardi le bande di Mussolini marciarono su Roma.